Settembre parte in calo sui mercati: tornano volatilità, inflazione e timori sui tassi
Settembre si conferma, almeno nelle prime sedute, un mese difficile per i mercati finanziari. Dopo il rally dei mesi precedenti, le principali Borse internazionali hanno iniziato il mese con maggiore volatilità, penalizzate dall’aumento dei rendimenti obbligazionari, dal rialzo del petrolio e dalle nuove tensioni geopolitiche.
L’avvio di settembre è stato particolarmente debole a Wall Street. Nella seduta del 1° settembre il Dow Jones ha perso lo 0,79%, l’S&P 500 lo 0,71% e il Nasdaq Composite l’1,03%, interrompendo il clima relativamente favorevole che aveva caratterizzato buona parte dell’estate.
La situazione non riguarda però soltanto gli Stati Uniti. Anche le Borse europee hanno mostrato debolezza: lo STOXX Europe 600 è sceso ai minimi di circa un mese, risentendo soprattutto dell’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato e delle nuove preoccupazioni sull’inflazione. Il 2 settembre l’indice paneuropeo ha chiuso ancora in calo dello 0,2%, con particolare debolezza nel settore retail.
Il problema arriva soprattutto dalle obbligazioni
Uno dei principali elementi di pressione sui listini è il forte movimento dei mercati obbligazionari. I rendimenti dei titoli governativi sono saliti sensibilmente tra Stati Uniti, Europa e Giappone, riflettendo il timore che l’inflazione possa rimanere elevata più a lungo del previsto.
Quando aumentano i rendimenti delle obbligazioni, le azioni tendono infatti a diventare relativamente meno attraenti, soprattutto nei settori caratterizzati da valutazioni elevate. La pressione può essere particolarmente evidente sulla tecnologia e sui titoli growth, i cui prezzi incorporano aspettative di utili molto lontane nel tempo.
Il Treasury americano a dieci anni ha recentemente superato il 4,75%, mentre il sell-off obbligazionario ha riportato al centro dell’attenzione anche il problema dell’elevato debito pubblico delle principali economie.
Petrolio sopra i 90 dollari e nuove paure sull’inflazione
A complicare ulteriormente il quadro è arrivato il petrolio. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran hanno spinto il Brent sopra quota 90 dollari al barile, alimentando il timore che un nuovo shock energetico possa frenare il processo di disinflazione.
Il 3 settembre il Brent rimaneva intorno ai 95 dollari al barile, nonostante una lieve correzione rispetto ai massimi delle sedute precedenti.
Il rischio per i mercati è evidente: petrolio più caro significa maggiori costi per imprese e consumatori e potrebbe costringere le banche centrali a mantenere una politica monetaria più restrittiva.
Gli investitori stanno infatti rivalutando anche le prospettive sui tassi di interesse. Negli Stati Uniti il mercato attribuisce ormai una probabilità significativa a un nuovo rialzo dei tassi della Federal Reserve nel corso di settembre.
Settembre è storicamente un mese difficile
Alla situazione macroeconomica si aggiunge un fattore statistico ben conosciuto dagli investitori: settembre è storicamente il mese peggiore dell’anno per Wall Street.
Dal 1950 l’S&P 500 ha registrato in settembre un rendimento medio vicino al -0,7%, chiudendo il mese in positivo soltanto nel 44% circa dei casi. Naturalmente la stagionalità non rappresenta una previsione e ogni anno segue dinamiche differenti, ma il cosiddetto “September Effect” rimane uno dei fenomeni più conosciuti dei mercati finanziari.
Un calo, per ora, più correttivo che strutturale
Nonostante la debolezza iniziale, sarebbe prematuro parlare di inversione del trend.
Nella giornata del 2 settembre Wall Street ha infatti recuperato parte delle perdite precedenti, mentre il 3 settembre anche i mercati europei hanno mostrato segnali di stabilizzazione. Lo STOXX 600 è tornato leggermente positivo dopo tre sedute consecutive di ribasso, favorito anche da una parziale discesa dei rendimenti obbligazionari.
Per il momento, quindi, settembre sembra soprattutto aver riportato sui mercati una volatilità che durante l’estate era rimasta relativamente contenuta.
Le prossime settimane saranno però decisive. Gli investitori seguiranno soprattutto inflazione, mercato del lavoro americano, decisioni della Federal Reserve e della BCE, andamento del petrolio e sviluppi geopolitici.
Dopo mesi di rialzi e valutazioni elevate in diversi settori, una fase di consolidamento non sarebbe del tutto sorprendente. La storia insegna inoltre che settembre può essere turbolento senza necessariamente compromettere l’andamento di lungo periodo dei mercati.
La vera domanda sarà quindi capire se il calo di inizio mese resterà una normale correzione all’interno di un mercato ancora rialzista oppure rappresenterà l’inizio di una fase più difficile per azioni e obbligazioni.
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